SEX EQUO, 2011, S16mm, 63' - recensioni


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“Una serie di brevi storie di sessualità feticista, eccentrica, porno e umoristica, in chiave remixata ed esasperata dallo spirito della commedia picaresca italiana. Non c'è linearità possibile in questa lezione di mala educazione sessuale, perché i quattro occhi di Germondari e Spagnoli non solo vedono più di due, ma provano molto meno senso di colpa di molti altri. Così un voyerismo di alto impatto è qui alla base di tutto un festoso immaginario sessuale, non importa quanto strano, volgare o chic possa essere, sembrare o apparire. In questo nuovo Kamasutra cinematografico ci sfilano davanti Adamo ed Eva, in un paradiso di mele infinitamente tentatrici, un regista di film porno concentrato sulla sua 'Cappuccetto Rosso', un tiratore androgino, una bisessualità giocosa, corpi gonfiabili dai molteplici usi, ed altri indecenti divertimenti della carne. E tutto nel contesto di un'architettura italiana che, per quanto turistica possa sembrare, disegna in ogni porta una chiave tentatrice per esplorare altri luoghi del piacere. Bisogna solo saper guardare e godere”. (Buenos Aires Festival Internacional de Cine Independiente 2011)


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"Il sesso rappresenta il nostro legame più forte con l'aspetto animale, e quindi con le nostre 'origini' e la nostra natura più profonda" scrivono Germondari e Spagnoli nellenote di regia di Sex Equo. Ignorare questo aspetto, o aggiungo, vivere in un mondo che tende a ignorarlo, vuol dire condannarsi alla condizione di un nevrotico prigioniero, separato dal suo stesso corpo. Il sesso manca, nel nostro presente: beninteso, non la sua ostentazione, la sua rappresentazione simulata. Una controfigura che esiste solo a certi patti, ubbidiente a certe convenzioni, dove la trasgressione è di per sé regolamentata dalle stesse leggi - anche non scritte - che governano una "condotta esemplare", quella c'è. Ma il sesso in quanto forza spiazzante, come energia vitale, e come chiave giocosa, sottile, carbonella per accendere e produrre un pensiero, quello manca: soprattutto nel cinema italiano. Se in Destricted, altra raccolta di corti, alcuni diretti da filmaker-artisti attivi nell'arte visiva e concettuale (Matthew Barney, Marina Abramovic, Sam Taylor Wood accanto a Larry Clark e Gaspar Noè) il tentativo di parlare di pornografia facendo "pornografia artistica" si rivela fallimentare su tutti i fronti, Sex Equo invece parla efficacemente di sesso facendo la vita quotidiana. Un gioco semplice ma raffinato, intelligente ma non falsamente intellettualistico, di salto ostacoli e rovesciamenti, che utilizza i luoghi comuni come grimaldelli per forzare la serratura e costringere chi guarda a fare sempre un passo laterale rispetto alle proprie aspettative e convinzioni. Sarebbe un peccato entrare nel dettaglio e rivelare troppo delle singole storie, perché tutti i cortometraggi di Sex Equo, belli, essenziali e solidi dal punto di vista tecnico, si basano sulla costruzione di un nuovo linguaggio a partire dagli scarti narrativi, dal paradosso e dalla sorpresa. Già l'incipit, ‘Libertynaggi, l'arte colta in fallo’, costruito come un documentario televisivo da sonnolento pomeriggio d'estate, si mantiene in divertito equilibrio tra l'idea di una presenza sotterranea, la vita sessuale dei 3000 bagnanti che affollavano le terme di Diocleziano, e la Roma di sopra che la ricopre. I titoli di testa indugiano su finestre, monumenti, e ogni tanto, qualche dettaglio erotico (i peni-lunette degli ingressi in ferro) che affiora tra le maglie della storia. Ma sono Adamo ed Eva (Hans Hisleiter e Lara Martelli, presenti in quasi tutti i corti) che incarnano avventurosamente lo spirito del film, a metà tra l'eros bucolico e visionario dei Racconti Immorali di Walerian Borowczyk - ma con più humour - e la follia pirandelliana di Strane Storie di Sandro Baldoni. Anzi, Eva e Adamo: perché è lei che, curiosa, tocca ogni oggetto, mentre il compagno è timoroso e diffidente, in una ironica rivisitazione del "colpevole" femminino: ascolta ogni suono e gioca con tutto, è attratta irresistibilmente da un portico sormontato da piccole fiamme, ed è lì che i nostri eroi saranno inseguiti e brutalizzati da qualcosa che non vediamo, improvvisamente costretti a vergognarsi dei loro corpi nudi. Ogni frutto colto nel museo dei piaceri (non solo la mela del racconto biblico: frutti diversi, come diversi sono i piaceri) dà il via a una storia. In ‘Triedro’, corto esemplare in bianco e nero, un anonimo geometra con la sua valigetta (lo stesso regista) indugia con lo sguardo sul corpo di una bellissima donna (Marit Nissen) cercando di non farsi troppo notare. In uno slancio di coraggio la seguirà fino a una festa, dove si renderà conto che non basta sbandierare la libertà dai codici e dalla suddivisione in generi, se non la si prova di persona. È in bianco e nero e al lavoro su ruoli e generi anche ‘Fuori Target’, un piccolo gioiello aguzzo che dice tanto nello spazio ristretto di poco più di un minuto e mezzo. In ‘Blue (sky) movie’ ci troviamo in un bosco, dove una piccola troupe cinematografica degli anni '70 sta girando un film porno, con mezzi di fortuna e senza preoccuparsi troppo degli ostacoli: passa un aereo e il regista invita a continuare: "me ne sbatto, doppio tutto!" fino alla bizzarra epifania di uno smarrito aviatore caduto dal cielo. In ‘S = 4 p r2’ seguiamo un uomo con una grossa pianta di cactus in braccio che sembra dare molto fastidio e causare grande imbarazzo ai passeggeri di un accaldato autobus cittadino. Solo alla fine della sua traversata scopriremo dove è diretto. In ‘L'amore è nell'aria’, un omino adulto vive con la vecchia mamma, che gli prepara ogni giorno latte e biscotti e gli fa il nodo alla cravatta. L'omino Mario esce di casa per condividere la sua passione per i gonfiabili con un amico facoltoso, che possiede ogni sorta di bambola: soldatesse, poliziotte, infermiere... Mario invece, di estrazione modesta, possiede solo un grosso pesce salvagente, di quelli che i bambini usano al mare. Quando una delle costose bambole si rompe, Mario la salva e la porta a casa, dove la sua mamma, all'inizio sbalordita ma poi subito rientrata nel ruolo di genitrice amorevole, a forza di rattoppi e parrucca la riporta in buono stato. Questa nuova presenza cambierà i rapporti tra i due uomini. Alcuni dei momenti più divertenti e insieme malinconici di Sex Equo sono poi ‘Global Orgasm’, una chicca finale di un minuto, interpretata dagli autori, e una corsa liberatoria di Adamo & Eva, che si disfano delle inutili foglie fuggendo dal mondo nevrotico in cui sono stati costretti a vestirsi. E verrebbe voglia di imitarli. (Margherita Palazzo per Sentieri Selvaggi, 28/7/2011)


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